La convivenza condominiale è sempre meno “civile” e sta ingenerando un crescendo di cause civili e penali.  Ci occuperemo di due controversie, una civile decisa dalla Suprema Corte di Cassazione ed una penale con risvolti risarcitori che ho patrocinato dinanzi al Tribunale di Chieti.

Nel presente articolo parleremo di quella civile rinviando al prossimo gli aspetti penali. Nella sentenza emessa dalla  Corte di Cassazione, Seconda Sezione Civile, sent. n. 1606/2017 veniva citato in giudizio un signore nei confronti del quale si lamentavano soprattutto le immissioni che attenevano agli strumenti rumorosi impiegati nella sua officina nonché ai gas nocivi da questa emanati e si chiedeva la condanna del convenuto al risarcimento dei danni patrimoniali e morali conseguenti. Veniva quindi condannato in primo grado e seguiva l’appello. La Corte d’Appello di Venezia ha definito irrilevante accertare per quante ore al giorno venissero utilizzati gli strumenti da lavoro rumorosi, ed ha invece stimato decisiva la verifica, confortata dalle risultanze peritali, che ogni singola macchina adoperata nell’officina cagionasse un rumore percepito nell’abitazione dei vicini come eccedente di 3 db rispetto al rumore ambientale di fondo, tenendo presente fra l’altro, la vicinanza dei luoghi e i possibili effetti dannosi per la salute delle immissioni. La decisione veniva confermata anche presso la Suprema Corte di Cassazione, la quale avallava il ragionamento giuridico delle precedenti Corti, confermando che il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è, mai assoluto, ma relativo proprio alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, e non può prescindere dalla rumorosità di fondo, ossia dalla fascia rumorosa costante, sulla quale vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni abnormi (c.d. criterio comparativo), sicché la valutazione ex art. 844 c.c, diretta a stabilire se i rumori restino compresi o meno nei limiti della norma, deve essere riferita, da un lato, alla sensibilità dell’uomo medio e, dall’altro, alla situazione locale.  Con riferimento poi al danno non patrimoniale conseguente ad immissioni illecite, statuisce sempre la Suprema Corte, esso  è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi a seguito della cd.”comunitarizzazione” della Cedu (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20927 del 16/10/2015; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 26899 del 19/12/2014). La Corte di Venezia ha proprio affermato l’esistenza di un pregiudizio alla libera e normale esplicazione della personalità ed alla qualità della vita, pregiudizio riconducibile allo stress ed al grave disagio provocato dalle immissioni sonore provenienti dalla vicina officina e percepibili nell’abitazione di quelli. Ha quindi confermato la condanna al risarcimento degli attori che hanno subito le immissioni dannose.

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Fabio CD Mastrorosa
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